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Mercoledì  20 luglio 2016

 

Mimmo Jodice: l’attesa

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Nulla sembra essere più contemporaneo della fotografia oggi, i selfie; la mania di immortalare sorrisi, linguacce, cibo e in ogni momento della giornata mentre il tempo reale continua a correre inesorabile. Eppure la fotografia ha origini ben più nobili… Ce lo racconta Andrea Villani direttore del Museo Madre di Napoli e curatore della mostra “Attese” di Mimmo Jodice.

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Proposti, in un allestimento unitario, tutti i più importanti cicli fotografici dedicati al mondo antico, alla natura morta, alla dimensione urbana, al rapporto con la storia dell’arte- in cui si articolano i principali aspetti e temi della sua ricerca: le radici culturali del Mediterraneo, le epifanie del quotidiano, le metropoli contemporanee a confronto con il paesaggio naturale, la relazione fra metafisica e cronaca documentano quanto fortemente Jodice sia legato alla sua Napoli, all’incontro con la gente, con la folla dei vicoli e dei bassi, con le processioni rituali, con la malattia manicomiale, con il fuoco delle acciaierie di Bagnoli. Foto che sono emblema della teatralità quotidiana di Napoli, di una lunga e tragica storia e, contemporaneamente, di una pulsante e vitale resistenza.

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 Una sorta di ricerca antropologica temperata dall’affetto e dalla partecipazione. Questo  ininterrotto  caleidoscopio di immagini introduce uno spostamento nello sguardo dell’artista:  Jodice indaga la  contraddizione creativa tra lo sguardo e il soggetto esterno, la capacità della  fotografia di affermarsi come  linguaggio dell’arte contemporanea.

  Un’ attesa quella di Jodice, spazio-temporale ma anche rigorosamente pratica nella logica  della fotografia:  l’attesa nel bilanciamento dei bianchi e dei neri o quella di una paziente  ricerca dell’illuminazione. Sguardo  rivelatore di una macchina da presa che si fa macchina del  tempo, la mostra evoca così un tempo circolare,  ciclicamente ritornante su se stesso, sulle sue  ragioni fondanti e sui suoi motivi ispiratori. Un titolo molto  attuale nell’epoca in cui viviamo  oggi, tra incertezza, paura, speranza, reso emblematicamente dalle rovine  di Palmira e dalla  precaria grandiosità delle Twin Towers. “Attesa” è un titolo che carica l’immagine di una    valenza metaforica: pareti cieche, ombre che tagliano le architetture, l’assenza e il vuoto che si  sostituiscono  al paesaggio in una metafisica immobilità.

“L’attesa è un sentimento che sta dentro ciascuno di noi, ma non viene quasi mai rappresentato nell’arte. Io ho cercato i vuoti nello spazio urbano. Oppure una finestra chiusa, una persona ritratta di spalle che non sai mai che faccia abbia, un teatro vuoto, un molo dove potrebbe attraccare qualche nave. C’è sempre qualcosa di incompiuto in questi scatti”.

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L’ATTESA è però terminata per chi volesse visionare la mostra apertada 24 giugno fino al 24 ottobre.

 

Mercoledì  13 luglio 2016

 

CASTEL SANT’ELMO

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Il Castel Sant’Elmo domina dall’alto la città, sorgendo nella zona di San Martino, in cima al quartiere Vomero. La posizione arroccata e lo schema “a doppia tenaglia”, che consentiva di disporre le forze difensive in posizione simmetrica, ne facevano una fortezza inespugnabile. Dalla piazza d’armi e dagli spalti si gode di una vista suggestiva del centro antico e del golfo di Napoli: dai luoghi dell’antica Partenope a Neapolis, con la stretta feritoia di Spaccanapoli.

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 Le prime notizie relative a Castel Sant’Elmo risalgono al 1275. Nel 1329 Roberto d’Angiò affida l’incarico del suo  ampliamento allo scultore e architetto senese Tino di Camaino che trasforma l’edificio in un vero e proprio palazzo  per il re e per la corte, a pianta quadrilatera, con due torri; nel 1348 viene definito nei documenti come castrum  Sancti Erasmi, per la presenza in quel luogo di una cappella dedicata a Sant’Erasmo.

 Nel 1456 un terremoto ne provoca il crollo delle torri e di alcune cortine murarie con relativi interventi di restauro a  cura degli Aragonesi. Durante il viceregno spagnolo (1504-1707) il castello, chiamato Sant’Ermo e poi Sant’Elmo,  forse per la corruzione del nome Erasmo, viene trasformato in fortezza difensiva per volere di Don Pedro de  Toledo (viceré dal 1532 al 1553) e il progetto affidato a Pedro Luis Escrivà, ingegnere militare di Valencia. La  costruzione dell’edificio nell’attuale configurazione, a pianta stellare, inizia nel 1537 e nel 1538 viene posta sul  portale di ingresso l’epigrafe, sormontata dallo stemma di Carlo V con l’aquila bicipite asburgica.

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Dal 1860, allontanatosi l’ultimo presidio borbonico, Castel Sant’Elmo è stato adibito a carcere militare fino al 1952. Dapprima cittadella delle truppe, poi carcere militare, l’immenso complesso è rimasto per secoli un corpo sostanzialmente estraneo allo sviluppo civile fino a che è diventato sede d’iniziative espositive e manifestazioni culturali che ne hanno modificato la vocazione e, di conseguenza, il ruolo urbanistico. La scommessa è stata colmare la ‘distanza’ dalla città e inventare un ruolo diverso per questo monumento. Il castello si propone come un centro polifunzionale rivolto ad ampliare sia il mondo della cultura grazie alla realizzazione di una sezione espositiva, una ricca fototeca , la biblioteca di storia dell’arte “Bruno Molajoli”, che quello dello spettacolo, con un auditorium che accoglie convegni, concerti, rappresentazioni teatrali e cinematografiche.

 

 

 

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 il Museo del novecento, così il nome dello spazio espositivo; intende documentare, attraverso una selezione condotta con metodo storico-critico, quanto realizzato a Napoli nel corso del Novecento, entro i limiti cronologici indicati, nel campo della produzione artistica; in particolare, da quanti si applicarono, in quegli anni, soprattutto o quasi esclusivamente, in pittura, scultura e in varie sperimentazioni grafiche.  selezionate ed esposte circa 170 opere realizzate da 90 artisti napoletani, ma con l’aggiunta anche di alcune presenze di artisti non napoletani, che con ruoli diversi furono attivi in citta’.

 Dal 15 al 23 luglio 2016, torna inoltre la nona edizione della rassegna musicale jazz, swing e pop  “Sant’Elmo Estate” , che si svolgerà nel Piazzale delle Armi del castello con la partecipazione di artisti  nazionali ed internazionali.

 
 
 
Mercoledì  6 luglio 2016

 La Cappella Sansevero

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Le origini della Cappella Sansevero sono legate a un episodio leggendario. Un uomo innocente, trascinato in catene per essere condotto in carcere, passando dinanzi al palazzo dei duca di Sangro in piazza San Domenico Maggiore, vide apparire un’immagine della Madonna. Egli promise alla Vergine di donarle una lampada d’argento e un’iscrizione, qualora fosse stata riconosciuta la propria innocenza: scarcerato, l’uomo tenne fede al voto. L’immagine sacra divenne allora meta di pellegrinaggio, dispensando molte altre grazie. Poco dopo, anche il duca di Torremaggiore Giovan Francesco di Sangro, gravemente ammalato, si rivolse a questa Madonna per ottenere la guarigione: miracolato, per gratitudine fece innalzare, lì dove era apparsa per la prima volta la venerabile effigie (oggi visibile in alto sull’Altare maggiore), una “picciola cappella” denominata Santa Maria della Pietà o Pietatella. Fu però il figlio di Giovan Francesco, Alessandro di Sangro patriarca di Alessandria, che intraprese nei primi anni del ’600 grandi lavori di trasformazione e ampliamento.

 L’attuale assetto della Cappella e la quasi totalità delle opere in essa contenute, infatti, sono frutto della volontà di Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero, originale esponente del primo Illuminismo europeo. Valoroso uomo d’armi, letterato, editore, primo Gran Maestro della Massoneria napoletana, egli fu – più di ogni altra cosa – prolifico inventore e intraprendente mecenate. L’iscrizione posta sulla porta principale del complesso monumentale, che recita: “Alessandro di Sangro patriarca di Alessandria destinò questo tempio, innalzato dalle fondamenta alla Beata Vergine, a sepolcro per sé e per i suoi nell’anno del Signore 1613”.

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 Posto al centro della navata della Cappella Sansevero, il Cristo velato è una delle opere più  note e suggestive al mondo. Raimondo di Sangro incaricò un giovane artista  napoletano, Giuseppe Sanmartino, di realizzare “una statua di marmo scolpita a grandezza  naturale, rappresentante Nostro Signore Gesù Cristo morto, coperto da un sudario trasparente  realizzato dallo stesso blocco della statua”. La moderna sensibilità dell’artista scolpisce, scarnifica  il corpo senza vita, che le morbide coltri raccolgono misericordiosamente, sul quale i tormentati,  convulsi ritmi delle pieghe del velo incidono una sofferenza profonda, quasi che la pietosa  copertura rendesse ancor più nude ed esposte le povere membra, ancor più inesorabili  e precise le linee del corpo martoriato. La vena gonfia e ancora palpitante sulla fronte,  le trafitture dei chiodi sui piedi e sulle mani sottili, il costato scavato e rilassato  finalmente nella morte liberatrice sono il segno di una ricerca intensa che non dà spazio a  preziosismi o a canoni di scuola, anche quando lo scultore “ricama” minuziosamente i bordi del  sudario o si sofferma sugli strumenti della Passione posti ai piedi del Cristo. L’arte di  Sanmartino si risolve qui in un’evocazione drammatica, che fa della sofferenza del Cristo il                simbolo del destino e del riscatto dell’intera umanità.

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Mercoledì 29 Giugno 2016

 

Capodimonte: storia, arte e natura

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Costruita a partire dal 1738 per volere di Carlo di Borbone come luogo dove accogliere la collezione ereditata da sua madre Elisabetta Farnese, è stata successivamente adibita a reggia fino al 1957, anno dal quale ospita il Museo Nazionale.

Il luogo prescelto per la costruzione dell’edificio è la collina di Capo di Monte, una zona boschiva di Napoli, ricca di selvaggina, con l’intenzione di affiancare all’uso museale anche un luogo dove risiedere durante le battute di caccia: la collina inoltre offre panorami sul Vesuvio, su San      Martino e su Posillipo.La-Reggia-di-Capodimonte-Napoli-il-Parco

 La prima pietra delle reggia viene posta il 10 settembre 1738, incaricato  della sua realizzazione fu Giovanni Antonio Medrano, che sviluppò  un edificio con due rigorose facciate in stile dorico in cui il tradizionale  “rosso napoletano” contrasta con il piperno grigio.Il progetto prevede un  edificio  a pianta rettangolare con tre cortili interni, le cui sale esposte a  sud, con vista sul mare, destinate all’esposizione dei dipinti, mentre  quelle più interne, che guardano verso il giardino, adibite a biblioteca.

 Solo alcune sale del primo piano conservano gli arredi della reggia,  denominate Appartamento Reale, mentre le restanti sale, così come il  secondo piano, originariamente adibito alla servitù, il sottotetto e  l’ammezzato sono destinati alle esposizioni museali; Intorno alla reggia  si estende un parco.

 Il parco della reggia di Capodimonte ha un’estensione di centoventiquattro ettari ed era prevalentemente utilizzato dai sovrani per battute di caccia e per l’organizzazione di feste: a seguito dell’apertura del museo è poi diventato un parco pubblico. Al suo interno sono presenti oltre quattrocento varietà di piante secolari, a cui nel tempo si sono affiancate coltivazioni di piante da frutta, specie esotiche, e palme.  Sparse per il parco si ritrovano statue, fontane e numerosi edifici, in origine dimore di corte, come la casina dei Principi, o sedi di fabbriche, alcune delle quali riconvertite ad una nuova funzione, come la fabbrica di porcellana divenuta sede di una scuola per la lavorazione della ceramica.

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Pochi ancora oggi sanno che il Museo di Capodimonte, oltre ad ospitare la collezione Farnese e numerose opere di arte medioevale e moderna, ha abbracciato l’arte in toto aprendo una sezione dedicata all’arte contemporanea che si sviluppa in alcuni spazi del piano terra, del secondo piano, degli esterni, e, principalmente nel terzo piano del museo. Gli incontri internazionali d’arte svoltisi a Capodimonte, tra gli anni Ottanta e Novanta, sono stati il punto di partenza per la costituzione di questa raccolta: nel 1978 Alberto Burri aveva donato al museo il Grande Cretto nero. Le opere di Merz, Kounellis, Kosuth e poi quelle di Cucchi e Paladino, di Alfano, Spalletti, Nitsche, Pistoletto, unitamente a quelle di artisti napoletani contemporanei, sono andate progressivamente ad accrescere la collezione.

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Mercoledì 22 Giugno 2016

 

E se anche Napoli nascondesse la tana del “bianconiglio”?

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Infondo non è difficile sentirsi un po’ come Alice, annoiati dalla quotidianità, spossati dai raggi roventi d’estate, ma curiosi da spingersi alla ricerca di un mondo inimmaginabile…

museo-madreLa ricerca ha inizio a via Settembrini tra uno dei tanti vicoli di Napoli, lì dove il calore arriva dalla terra e non dal cielo, perché contro l’affollamento nemmeno il sole può farci niente ma come in un sortilegio i basoli di Vulcano diventano ugualmente roventi. Il “Paese delle Meraviglie” non è lontano anzi il “Coniglio bianco” è proprio lì, l’unico che in quel vicolo può attirare la nostra attenzione, è fermo, spicca di giallo intenso e mette a dura prova la nostra curiosità spingendoci nella sua tana e facendoci sognare!

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Il Museo Madre non ha il panciotto né un orologio nel taschino ma racchiude davvero un mondo fantastico. È Daniel Buren, francese tra massimi artisti internazionali, a risucchiarci in uno scenario onirico: colori, porte, specchi, varchi veri o di pura finzione, l’illusione che si mescola al reale, il gioco alla effettiva ricerca di sé. Sto parlando dell’opera Axer/ Désaxer lavoro in situ del 2015. Un’opera concepita dall’artista per gli spazi del museo con lo scopo di creare interrelazione fra opera e luogo di realizzazione. Buren crea “un ingresso nell’ingresso” avanzando il punto di vista prospettico e invitando il visitatore in uno spazio di contrasti tra vuoto e pieno, tra quiete e agitazione, tra realtà e fantasia, tra esterno e interno così da costringerlo a confrontarsi con il diverso e “dialogare” con esso. Ognuno è chiamato a divenire protagonista e a mettere in luce le proprie reazioni: stupore, spaesamento, capacità percettive, cognitive e ludiche proprio come Alice! Ma per viaggiare in questo paese non è necessario abbandonarsi al sonno più profondo basta recarsi a Via Settembrini 79!

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L’artista, uno dei più influenti esponenti della riflessione storica sulle istituzioni sviluppatasi fra gli anni Sessanta e Settanta, ha basato tutta la sua produzione su una stoffa da tende a righe di 8,7 cm, alternativamente bianche e colorate. Più recentemente, dagli anni Ottanta, Buren ha progressivamente accostato la realizzazione di opere di formato e destinazione museale a installazioni architettoniche in spazi pubblici. Profondamente legato alla città di Napoli, a partire dalla prima mostra presso la galleria di Lucio Amelio nel 1972 (a cui ne segue una seconda nel 1974), e in seguito anche al Museo Nazionale di Capodimonte con una grande mostra personale nel 1989. Buren, inoltre, ha vinto il Leone d’Oro per il miglior Padiglione nazionale alla Biennale di Venezia.

 
Mercoledì 08 Giugno 2016

La chiesa dei Santi Marcelino e Festo

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La chiesa dei Santi Marcellino e Festo è una chiesa monumentale di Napoli ubicata nel centro storico, presso il largo San Marcellino, in prossimità del decumano inferiore.

Storia

L’edificio conventuale è frutto dell’unione di due monasteri femminili basiliani confinanti risalenti all’alto Medioevo uno del VII secolo dedicato ai santi Marcello e Pietro l’altro invece dedicato al culto di Festo e Desiderio e fondato dal vescovo e duca di Napoli.
Nel 1565 quello dei Santi Festo e Desiderio venne invece soppresso perché non rendeva economicamente e quindi le monache del convento furono accorpate a quelle di San Marcellino e Pietro, il cui complesso assunse la nuova e definitiva intitolazione ai santi Marcellino e Festo.
All’inizio del secolo successivo risale invece la ricostruzione della chiesa barocca, il tempio fu quindi abbellito da opere scultoree e pittoriche di rilievo eseguite dagli artisti più noti della città in quel periodo. Tra il 1626 e il 1645 inoltre risale l’edificazione della cupola maiolicata, progettata da Di Conforto.

Nel 1707 fu avviato un ulteriore intervento di restauro sulla facciata della chiesa finché a metSS_Marcellino_e_Festo_-_Cappelleà del secolo non fu nuovamente restaurato tutto il complesso su progetto di Mario Gioffredo e Luigi Vanvitelli; in seguito, il primo fu estromesso mentre il secondo terminò il lavoro di consolidamento della cupola e il rifacimento del convento con la chiusura del lato est del chiostro e la conseguente realizzazione dell’oratorio della Scala Santa , terminato nel 1772.

Nel 1809, sotto il regno di Gioacchino Murat, il convento fu soppresso perdendo così la sua funzione religiosa. Nel 1829 divenne invece educandato femminile assumendo la denominazione di “Secondo Educatorio Regina Isabella di Borbone” mentre nel 1907 un’ala del complesso fu destinata ad ospitare alcuni locali dell’Università Federico II di Napoli, tutt’ora attiva nello spazio occupato dal chiostro monumentale e dall’oratorio della Scala Santa. Nel 1932 infine, in altri ambienti del convento (come la sala del Capitolo e quella del Teatrino) venne istituto il Museo di Paleontologia di Napoli. La cupola del Di Conforto (conclusa nel 1645) è invece rivestita con maioliche, secondo i dettami dell’epoca. 

Interno

L’interno è a pianta a croce latina con cupola e un’unica navata sulla quale si aprono sei cappelle laterali, tre a lato. Le decorazioni si presentano con un intatto fascino frutto soprattutto dell’utilizzo abbinato di marmo e legno intagliato.

Sulla controfacciata è collocata la grande tela del 1700 di Giuseppe Simonelli raffigurante il Passaggio del Mar Rosso, mentre sul soffitto SS_Marcellino_e_Festo_-_Altare_maggioreligneo, caratteristico per il suo cromatismo blu, sono collocate sette tele, delle quali, quattro di Massimo Stanzione: due sono nella fascia centrale, la Sacra Famiglia  e la Santissima Trinità, la prima più prossima all’ingresso e la seconda centrale, e due ritraenti la Natività e la Presentazione sul lato destro. La terza tela nella fascia centrale della volta, ritrae la scena dell’Annunciazione,la Visitazione e Purificazione.

L’altare maggiore, databile al 1670, così come il pregevole ciborio in marmi e bronzi dorati sono opere di Dionisio Lazzari, a cui appartiene anche il rifacimento del grande riquadro marmoreo che decora la parete frontale alle spalle dell’altare, anch’esso comunque preesistente. Ai lati della parete sono collocate entro due nicchie le statue di Lorenzo Vaccaro ritraenti San Marcellino e San Festo.

 Sacrestia e sala del Comunichino

L’accesso alla sacrestia della chiesa è dato da una porta collocata sotto l’organo a canne tra la seconda e terza cappella di sinistra. Al suo interno sono alle pareti mobilia cinquecentesca e, incastonato ad una parete, un lavabo databile allo stesso secolo.

Una porta tra la seconda e terza cappella di destra invece conduce alla sala del Comunichino, che si sviluppa alle spalle del transetto destro, caratterizzato anch’esso da mobilia cinquecentesca alle pareti oltre che da un ampio pavimento maiolicato con paesaggi e figure allegoriche animali.

 

Mercoledì 01 Giugno 2016

Napoli è imprevedibile… 

“Una rete di panni stesi, un vicolo stretto e una monumentale fontana barocca…”

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Il corredo di fontane napoletane non si esaurisce nell’immensa piazza mercato, Napoli è imprevedibile e non è inusuale trovare un pezzo di storia dietro una fitta rete di panni stesi o alla fine di un vicolo fresco e stretto. Oggi perciò, vi vogliamo accompagnare in piazzetta del Grande Archivio dove sorge la monumentale Fontana della Selleria posta in questo luogo nel 1903. Il nome, risale alla originaria ubicazione e cioè in  Piazza della Sellaria o del Pendino. La Piazza della Sellaria era così denominata perché era occupata per lo più da botteghe dedite alla produzione di selle e finimenti per i cavalli.

Questa piazza fu cancellata con il nuovo assetto urbanistico della zona  a seguito dei lavori del Risanamento. Si trovava dove oggi si trova Piazza Nicola Amore (altrimenti conosciuta dai napoletani come “I Quattro Palazzi”). In epoca romana, in prossimità di questo stesso luogo sorgevano il Circo Massimo ed il Ginnasio.

 La fontana, fu realizzata tra il 1649 ed il 1653 a spese dei proprietari delle case della Sellaria che versarono ciascuno la propria quota al giudice della Vicaria Aniello Portio che provvide a pagare le maestranze e gli artisti che realizzarono questo monumento barocco.

La fontana

Fontana_della_Sellaria,_NapoliLa costruzione di questa fontana, fu eseguita durante il governo del Viceré conte d’Oñate Iñigo Vélez de Guevara, su iniziativa dell’eletto del Popolo, Felice Basile, a seguito dell’abbattimento delle case di un capo carceriere della Vicaria, eletto dal popolo durante la breve parentesi della Rivoluzione di Masaniello.
Il progetto, su disegno di Cosimo Fanzago, fu commissionato all’architetto ed ingegnere Onofrio Antonio Gisolfi.
Il complesso, in piperno, mattoni e marmo bianco di Carrara ha una struttura ad arco a tutto sesto, con una grande vasca in marmo a forma pseudoellittica, con due vaschette laterali sormontate da mascheroni con fontanine. La vasca è incassata tra due piedritti che sostengono l’arco a tutto sesto e con le chiavi di volta su entrambi i lati decorati con due mascheroni.
Ai lati delle due facciate della fontana, ci sono delle colonne composite che reggono la trabeazione sormontata da un timpano spezzato.
Sempre  ai lati delle facciate si trovano delle volute in piperno che reggono un paio di coppe in marmo.
Sopra l’arco, nel frontone, sono scolpiti tre stemmi: al centro quello reale di Filippo IV ed ai lati quello del Viceré, con il motto <<Malo mori quam foedari>> (trad.: preferisco la morte al disonore) e quello della Città.

Due lapidi

fontana della sellariaNelle facciate sull’arco ci sono due lapidi: sulla facciata frontale quella in onore del conte di Onate e viceré di Napoli, mentre sulla facciata posteriore, quella a ricordo dello spostamento della fontana dalla originaria collocazione in Piazza della Sellaria avvenuto come si è detto nel 1903. Nel 2000, dopo anni di degrado, sono stati eseguiti lavori di restauro.
L’intervento di recupero ha realizzato il restauro del gruppo marmoreo ma anche la riqualificazione dell’intera area antistante, attrezzata con panchine in marmo ed una fontanina di acqua potabile e protetta con dissuasori.
L’impianto idraulico è stato ricostruito realizzando, con un sistema a riciclo, un getto d’acqua centrale a zampillo e due getti d’acqua che fuoriescono dai mascheroni laterali, come previsto nel progetto originario del Fanzago.
Prima dello spostamento dall’originaria collocazione, la fontana presentava quattro ulteriori vaschette che raccoglievano l’acqua e che sono andate perdute durante i lavori di ricollocazione. Possiamo ammirare la Fontana della Selleria nella sua completezza, in un’incisione ottocentesca.

 

 

Mercoledì 25 Maggio 2016


Il passato rivive nel presente…

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Vivere a Napoli significa conservare dentro di sé un baule di immagini, voci, suoni, colori…e portarselo dietro sempre, in ogni partenza e in ogni ritorno. Francesco Clemente, oggi noto artista della scena contemporanea, nato nel 1952 inizia a dipingere da autodidatta nei primi anni settanta, forse perché lo spazio nel suo baule è ormai terminato o forse per imprimere per sempre quelle immagini, quelle voci, quei suoni e quei colori! panaro-bnInfatti nonostante i viaggi dentro e fuori l’Europa, l’artista ha sempre urlato nelle sue opere il forte legame con le sue origini e tornare a casa intorno agli anni 2000 è stato come rincontrarsi con esse e volerle celebrare. Dopo la retrospettiva nell’ottobre 2003 al Museo Archeologico Nazionale, l’artista ha realizzato per il Museo Madre Ave Ovo, un affresco di proporzioni monumentali, articolato in due sale,l’una al piano inferiore e l’altra al piano superiore. La particolare disposizione delle sale ad un napoletano doc non poteva non rievocare uno dei simboli chiave della cultura napoletana, il panaro e per un artista napolenato non poteva non divenire il fulcro di un’intera opera.  Il panaro è un piccolo cesto in vimini, il cui nome si ricollega chiaramente al termine pane. E’ insomma un paniere non troppo grande, attaccato ad una cordicella spesso rappezzata più volte nel corso del tempo (come ci mostra l’artista con i tanti nodi colorati), ciò è un sinonimo di valore, dal momento che si tratta di un oggetto che si tramanda di madre in figlia per intere generazioni. Il panaro è per sua natura assolutamente imprevedibile, Ave ovo (1)sfida le piccole e improvvise folate di vento che provengono dal vicino mare, sorvola la città, le voci forti dei parolani e le pie donne che si recano da San Gennaro. Clemente vuota il suo baule, un vecchio panaro che dalla sala del primo piano, un piano alto…dove le anime, rappresentate da tanti teschi evanescenti abitano l’azzurro, scende al piano inferiore dove c’è la quotidianità, il santo patrono e la maschera di pulcinella che “oggi serve a me e domani a te”. Il ricordo dei simboli antichi di Napoli fa sì che il ciclo d’affresco continui in un ambiguo legame tra sacro e profano, tra religione e sessualità. La cabala è il caso, che inesorabile decide le sorti di ognuno di noi, tira fuori i numeri da quello che a Napoli prende ancora il nome di panaro, ma questa volta è quello legato Napoli_s_Chiara_chiostro_-_maioliche_1040860alla tombola, alla smorfia, al gioco, al destino. Il numero estratto è il 6 e la cabala di Francesco Clemente dimostra di conoscere molto bene la smorfia napoletana!

La testa di bue proviene da reminiscenze lontane, il sacro, il rito e il sacrificio. Gli antichi infatti usavano abbellire i loro altari con i cosiddetti bucrani, cioè i crani di bue. Mentre l’intreccio dei corpi rimanda nuovamente all’unione uomo-donna, lo sfondo è ricoperto di stelle comete e di scale entrambe simbolo di dinamismo, di conoscenza e di conquista. Ripercorrendo con la memoria i luoghi dell’infanzia, l’autore sceglie per il completamento dell’opera un pavimento che ricordi il chiostro interamente maiolicato della chiesa di Santa Chiara, dunque camminare in uno spazio fuori dal tempo ma a noi perfettamente familiare. 

 

Mercoledì 18 Maggio 2016


La chiesa de ‘e cape e morte

“È a Napoli, che possiamo visitare con lo stesso filo rosso la chiesa del Purgatorio ad Arco del 1600 e un’installazione contemporanea degli anni 2000 al Museo Madre!”

fb724689fdf591b9982252b66ec91f1d_XLIn Campania il culto del Purgatorio si diffuse agli inizi del 1600, quando la nuova chiesa contro riformata la propose come una delle principali pratiche religiose per stabilire, attraverso i suffragi, un legame liturgico tra vivi e trapassati.
La città di Napoli è stata, e resta ancor oggi, il centro dell’arcano culto del Purgatorio. I luoghi di questa devozione sono il Cimitero delle Fontanelle, la chiesa di San Pietro ad Aram e la chiesa di Santa Maria delle anime del Purgatorio ad Arco. Le modalità di culto sono diversificate, ma nascono tutte dalla possibilità di stabilire una relazione diretta con l’anima, tramite l’adozione di un teschio, che viene curato, accudito ed ospitato in apposite nicchie.

L’anima pezzentella (dal latino petere: chiedere), anima anonima o abbandonata, invoca il refrisco, l’alleviamento della pena, e colui che l’ha adottata, la persona in vita, chiede grazia e assistenza.
Un culto antico, sopravvissuto a guerre e carestie, talmente intenso che nel 1969 il cardinale Ursi vieta perché era oramai troppo diffuso il ricorrere a resti anonimi, piuttosto che ai santi; ma nella chiesa del Purgatorio ad Arco il culto non ha mai perso la sua intensità. Ancora oggi i fedeli si rivolgono soprattutto ai più celebri tra i teschi custoditi nell’ipogeo. Tra tutti, l’anima più amata della cripta è Lucia: il teschio col velo da sposa.

La Chiesa

dm4145“Compiaciuta sontuosità e simbologia mortuaria si combinano all’interno della chiesa a navata unica con tre cappelle laterali e un’abside sormontata da una cupola: un impianto tipico del tempo, che ne fa uno dei gioielli più caratteristici dell’arte barocca napoletana…” ( L. Rollo Bancale e P. Giordano, La congreca di Purgatotio ad Arco, da ‘Passaggio a Purgatorio ad Arco’, Edizioni Altrastampa )

 La chiesa, progettata dall’architetto Giovan Cola Di Franco, è stata consacrata il 2 novembre del 1638. Dedicata alle anime del Purgatorio, fu detta “ad Arco”in ricordo di un arco all’incrocio tra via Tribunali, via Nilo e via Atri dove sorgeva un torrione medioevale che venne fatto abbattere nel primo trentennio del Cinquecento da Pedro da Toledo.

La struttura su due livelli rimanda alla dimensione terrena e alla concreta rappresentazione del Purgatorio. L’interno ha un impianto tipico del tempo, con navata unica, tre cappelle laterali e un’abside sormontata da una cupola, dove la sontuosità dell’arte barocca e i simboli mortuari si combinano perfettamente, e dove tutto l’apparato decorativo serviva a ricordare a passanti e fedeli che le anime attendevano il “refrisco”, una preghiera in suffragio per liberarsi dal fuoco del Purgatorio e ascendere in Paradiso.

Preziose le decorazioni in marmo di Dioniso Lazzari, e maestoso ed elegante il monumento funebre di Giulio Mastrillo, opera di Andrea Vaccaro, posto alla sinistra dell’altare.

Anche l’intero programma pittorico è dedicato al tema del trapasso, attraverso splendide testimonianze del Seicento tra queste capolavoro giovanile di Luca Giordano, la Madonna delle anime del Purgatorio ( 1638) e splendida tela di Massimo Stanzione, sovrastante l’altare maggiore, che cela un altro capolavoro, il Teschio alato di Dioniso Lazzari, immagine di morte e pentimento, ma anche di elevazione dell’anima da tutto ciò che sulla terra trattiene e incute timore. L’immagine del Paradiso è nella tela di Giacomo Farelli, Sant’Anna che offre la Vergine bambina al Padre Eterno (1670)

L’Ipogeo

filename-napels-purgatorio (1)L’effetto, per chi sa coglierlo, è straordinario, dirompente: un giro della ‘perdonanza’ andata e ritorno nelle viscere della terra che sembra annullare nel suo percorso qualsiasi separazione tra sacro e profano, fra ‘tempo della vita e tempo che oltrepassa la vita’- ( Lasciami credere – L’ipogeo del Purgatorio ad Arco, P.Giordano e G. Mancino, da Passaggio a Purgatorio ad Arco, ed. Altrastampa)

Attraverso un’apertura nel pavimento della chiesa superiore, scendendo per alti gradini si accede ad una vera e propria chiesa inferiore. Al centro del pavimento si apre un’ampia tomba anonima circondata da catene nere e illuminata fiocamente da qualche lampadina. Lungo le pareti laterali, scarabattoli, nicchie, piccoli altarini, documentano il culto delle “anime pezzentelle” mentre sulla parete di fondo l’antico altare seicentesco mostra un’austera decorazione con grandi croci nere.

Un’apertura laterale introduce attraverso un corridoio, all’ambiente dedicato alla Terra santa, dove, tra gli altri teschi, si trova quello di Lucia, l’anima tanto amata alla quale la tradizione popolare ha dedicato un complesso altarino. Ci sono varie versioni riguardo la sua storia. Sembra si trattasse di Lucia D’Amore, figlia unica del principe di Ruffano Domenico D’Amore, data in sposa al marchese Giacomo Santomago nel 1780-90. Lucia non voleva sposarlo e a quanto pare si suicidò o morì di dolore o, una volta sposata, morì annegata poco dopo. Fu il padre, devoto della Chiesa, a volerla seppellire qui e da allora si è creata una particolare devozione per lei soprattutto da parte delle donne in cerca di marito.

Ancora oggi il culto raccoglie fedeli ma tanti sono anche i visitatori che ne subiscono il fascino, così l’artista contemporanea Rebecca Horn nel 2002 fu artefice dell’installazione temporanea Spiriti di madreperla. Piazza Plebiscito fu riempita di “capuzelle” questa volta non più nascoste nei sotterranei di Napoli ma portati alla luce del sole, così come di luce e importanza gode ancora il culto delle anime del purgatorio nella nostra città.

Dopo circa dieci anni, l’artista tedesca ripropone il suo ricordo realizzando al Museo Madre di Napoli un’installazione visitabile ancora oggi con il titolo Spirits.
Artista tedesca del 1944, la Horn vive e lavora tra Berlino e Parigi. Ha esposto nei più noti musei del mondo tra cui il Guggenheim di New York, la Tate Gallery, il Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris, il Museum of Contemporary Art di Los Angeles e tanti altri ed è stata è stata insignita più volte di prestigiosi premi.

L’artista contemporanea ci testimonia ancora una volta che Napoli, non solo è ricca di storia, tradizioni e credenze del passato ma ha ancora tanti spunti da offrire a chi ha la sensibilità di coglierli. È a Napoli, che possiamo visitare con lo stesso filo rosso la chiesa del Purgatorio ad Arco del 1600 e un’installazione contemporanea degli anni 2000 al Museo Madre!

 

Mercoledì 10 Maggio 2016


Leggende e misteri a Piazza del Gesù! 

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La chiesa, consacrata il 7 ottobre 1601, fu intitolata alla Madonna Immacolata, ma fin da subito fu comunemente detta del Gesù Nuovo perdistinguerla dall’altra preesistente chiesa della Compagnia, detta di conseguenza Gesù Vecchio. L’ingresso in chiesa è seguito da una sensazione di profondo stupore e meraviglia per la straordinaria ricchezza decorativa dell’interno che, malgrado il dominante tono barocco, è stata realizzata in un lasso di tempo che va dai primi anni del Seicento a tutto il Novecento. piazza-del-gesu-nuovo

Il Gesù Nuovo si configura dunque come una sorta di scrigno che custodisce un repertorio quanto mai vasto della produzione artistica napoletana, alla cui realizzazione concorsero non solo protagonisti affermati tra cui Giovanni Lanfranco, Cosimo Fanzago, Luca Giordano e Francesco Solimena, ma anche tanti artigiani, come intagliatori, acv-acv-7-36scalpellini, ottonari e stuccatori, che con la loro maestria contribuirono ad accrescere la magnificenza della chiesa dal suo interno fino all’ultima punta esterna. Ma questo mercoledì dell’arte lo vogliamo dedicare non alla già famosa parte interna della chiesa,ma proprio alle punte che ricoprono la facciata, di cui oggi vi vogliamo raccontare studi e leggende…le bugne, questo il loro nome di battesimo! Le bugne sono pietre di piperno, una roccia vulcanica molto utilizzata nell’edilizia partenopea del passato, intagliate a forma piramidale. Nel Rinascimento si dice siano esistiti a Napoli alcuni maestri della pietra, ritenuti capaci di infonderle energia positiva per allontanare quelle negative. Le punte di diamante hanno dato luogo ad una curiosa leggenda, in origine dovevano essere collocate con le punte rivolte verso l’interno in modo da raccogliere le positività della città e trasferirle alla chiesa, tuttavia le pietre non furono sistemate nel modo giusto provocando così l’effetto contrario, attirando ogni sorta di sciagura.simboli-bugnato

Bizzarre incisioni sono state poi scoperte su alcune bugne e ancora dubbie sono le ipotesi realizzate; per alcuni studiosi si tratterebbe semplicemente dell’identificazione di squadre di lavoro degli operai, nel 2010 però un gruppo di storici dell’arte e musicologi hanno riconosciuto nelle lettere incise sul bugnato, una partitura musicale da leggere da destra verso sinistra e dal basso verso l’alto. Si tratta forse di un concerto per strumenti a plettro della durata di quasi tre quarti d’ora, cui gli studiosi che l’hanno decifrato hanno dato il titolo di Enigma. Il concerto è stato trascritto per organo e chissà che un giorno non venga eseguito in pubblico proprio al Gesù Nuovo restituendo a Napoli un frammento della sua storia infinita.

 

 

 

 Mercoledì 4 Maggio 2016


“Le fontane del Seguro in Piazza Mercato”

Fontana del Seguro


“Piazza Mercato trabocca di vivi e di morti” scriveva Giuseppe Marotta e si riferiva a “Corradino di Svevia, al Gran Siniscalco del Regno, al conte di Terlizzi e agli allegri ragazzini che ingombravano il basamento degli obelischi…”. Oggi potremmo dire che i vivi, si vedono in pieno clima elettorale, i “morti” nei 360 giorni restanti e gli obelischi…beh quelli ci sono e come! 
 

Le fontane-obelischi, per essere più corretti, furono costruite da Francesco Securo nel 1788 su commissione di Ferdinando IV per abbellire la piazza poco prima danneggiata da un incendio, fornire l’acqua necessaria alle attività del mercato e svolgere al tempo stesso la funzione di abbeveratoio per gli animali da tiro che trasportavano le merci.sfinge imbrattata
Ne fu posta una sul lato est e l’altra, parallela, sul lato ovest entrambe di chiara influenza egiziana. Gli obelischi piramidali sono realizzati in bruna pietra di piperno e poggiano sopra un alto basamento decorato da ghirlande in bianca pietra arenaria, a metà altezza si trovano quattro teste leonine, poi fiori e festoni. Gli elementi che fanno da cornice ai gettantid’acqua sono le quattro sfingi.
Nel 2001 si avviò un primo restauro delle due fontane riattivando l’impianto idrico, ripulendo gli obelischi e fornendo nuove teste alle otto sfingiacefale, poi purtroppo nuovamente decapitate. 

IMG_5951Il 18 aprile 2016 il fitto programma di restauro “Monumentando” ha restituito a noi tutti napoletani le fontane nel loro originario splendore, ma pare che a qualcuno nemmeno questa volta siano piaciute, pensando bene di donare un po’ di make-up alla testa fresca di zecca. L’ineducato gesto, avvenuto a matita è stato questa volta lavato via con acqua, grazie all’attenzione di chi ama il quartiere Pendino e di chi si impegna ogni giorno per dare il buon esempio… armandosi se è necessario di straccio e spruzzino!

 

 Mercoledì 27 Aprile 2016


“Oro, argento e brillanti”

Stucchi, dipinti e diamanti, i preziosi fedeli di San Gennaro

Cappella-di-San-Gennaro-a-Napoli

In vista della processione del Santo Patrono e Martire Gennaro che si terrà sabato 30 aprile, questo mercoledì dell’arte lo vogliamo dedicare alle meraviglie artistiche frutto di grande generosità e devozione da parte del popolo napoletano. Era il 1527 quando Napoli spopolata dalla peste faceva voto di erigere un grande edificio come ringraziamento al santo patrono cui s’era rivolta per ottenere scampo e salvezza, nasceva così in meno di quarant’anni, la Cappella del Tesoro. La Cappella, insieme alla certosa di San Martino è l’esempio più alto dell’arte barocca a Napoli, CancelloCosimoFangagoNaples3compiuta entro la prima metà del Seicento ma continuamente integrata e arricchita. Il suo aspetto è perciò caratterizzato da un tipico e irripetibile affollamento di oggetti e di decori, di dipinti, di affreschi, di statue soprattutto che subito s’impone alla fantasia del visitatore; al punto che, nel Settecento, uno dei tanti viaggiatori nella Napoli del “Grand Tour” si diceva talmente colpito e sopraffatto dallo sfarzo, dal lusso e dalla quantità di decorazioni, di ori, di stucchi presenti “che l’occhio da nessuna parte trova pace”, un aspetto che ancora a metà Ottocento il grande pittore Giacinto Gigante con la scena del Miracolo dello scioglimento del sangue, conservato al museo di Capodimonte, coglie a pieno…la folla densissima e policroma dei devoti, delle statue di marmo, di bronzo, d’argento. Il progetto, basato sui prototipi di Bramante e Michelangelo si deve all’architetto teatino Francesco Grimaldi la pianta è a croce greca il cui ingresso è caratterizzato da un cancello monumentale disegnato da Cosimo Fanzago. Francesco Solimena realizzò l’altare in porfido, dietro due nicchie con sportelli argentei donati da Carlo II di Spagna nel 1667 custodiscono le ampolle del sangue di San Gennaro e avrebbero dovuto contenere anche il busto reliquiario di san Gennaro in oro e argento, realizzato da tre orafi provenzali e donato da Carlo II d’Angiò nel 1305, però esposto in cappella davanti all’altare maggiore, defilato sulla sinistra. I dipinti e gli affreschi della cappella sono prevalentemente del Domenichino, ad eccezione del ciclo presente nella parte centrale della cupola riprendenti la scena del Paradiso, realizzato da Giovanni Lanfranco nel 1643 e ad eil-sangue-di-san-gennaro_thumbnailccezione della pala d’altare di destra, il San Gennaro esce illeso dalla fornace del 1646, che spetta invece al Ribera.

I Gioielli del Tesoro di San Gennaro sono capolavori di inestimabile valore artistico ed economico, frutto della grande maestria e dell’arte degli orafi di Scuola napoletana.

La Collana di San Gennaro, iniziata nel 1679 e donata dai Borbone, con ben tredici grosse maglie in oro massiccio alle quali sono appese croci tempestate di zaffiri e smeraldi; la Mitra d’argento dorato, risalente al 1713, con oltre 3700 rubini, smeraldi e brillanti; il Manto di San Gennaro, letteralmente coperto di pietre preziose e di smalti raffiguranti le insegne araldiche del casato; il Calice d’oro tempestato di rubini, smeraldi e brillanti, del 1761, realizzato da Michele Lofrano ; la Pisside (calice con coperchio, per conservare le ostie) in argento dorato, opera del famoso orafo Domenico Ascione di Torre del Greco che, proveniente dalla patria del corallo lavorato, la costellò di cammei e di decorazioni in malachite.

Questi sono solo alcuni degli straordinari capolavori donati al Santo Patrono di Napoli ed esposti nel Museo del Tesoro di San Gennaro.

 

 Mercoledì 20 Aprile 2016


“Chi nun tene sante nun va in Paravise”

foto principale

Non c’è napoletano religioso o superstizioso che a dir si voglia, che sospettoso verso la Chiesa e deluso dal potere politico non abbia creato, per così dire, un proprio Parlamento e una propria Chiesa con l’edicola votiva. È proprio su questa particolare forma d’arte che oggi vogliamo accendere una luce, anzi un lumino…!

Una classica edicola a tempio, nelle immediate vicinanze di Santa Maria la Nova risalente al 1884Le edicole votive risalgono all’epoca greca per poi diffondersi fino ai giorni nostri, in effetti questi tempietti con immagini sacre non sono prerogativa di Napoli; ricorderemo tutti l’edicola raffigurante le Anime del Purgatorio ne I Promessi Sposi… Certo è che a Napoli queste sembrano tenere insieme le case e le strade come fossero fermagli scintillanti di smalti colorati, addossate ai muri del centro antico, di queste edicole votive non esiste un censimento ma di sicuro sono migliaia, dislocate soprattutto nei vicoli ognuna con il suo “curatore” (colui che ha il compito di controllare la freschezza dei fiori deposti o il funzionamento dell’illuminazione).

La motivazione più forte che spinge alla costruzione di nicchie sacre è la devozione popolare verso i santi, già, perché oltre alle raffigurazioni di Cristo e della Madonna, il cui status di protettrice materna tocca una corda particolarmente sensibile in una società in cui le madri hanno sempre difeso a spada tratta i diritti dei propri figli, numerose sono le dediche ai Santi Vincenzo e Antonio da Padova insieme alle immancabili Anime Pezzentelle.

 In altri casi l’edicola nasce come “antidoto” contro le calamità naturali come le terribili tempeste, i terremoti e le epidemie, oppure in segno diedicola S. Antonio ringraziamento per un miracolo avvenuto, come sopravvivere alla Prima e alla Seconda Guerra mondiale. La più antica sembrerebbe risalire al 1656 (oggi pressoché illeggibile) fatta edificare in Via Pisanelli da un uomo salvatosi dalla peste. Un incremento delle edicole si è avuto nel 700’ ad opera di un predicatore domenicano, Padre Gregorio Rocco che le immaginò come ottimo espediente per illuminare le strade, al buio delle quali avveniva la maggior parte dei misfatti cittadini.

Oggi queste edicole sono un po’ abbandonate e più di una serve ad un triste scopo. In alcune zone questi altarini sono usati dalla camorra come nascondigli per installare telecamere ed essere pronti alla fuga in caso di blitz dei Carabinieri. Ma è pur vero che essere napoletani significa sopportare, sovvertire il giorno con la notte, adattarsi, invocare e maledire, pregare e piangere, inventarsi e reinventarsi proprio come nel caso dell’edicola votiva a Diego Armando Maradona…il più grande calciatore di tutti i tempi. La reliquia è un suo capello e i miracoli sono i due scudetti e la coppa Uefa! La religione e il martirio stavolta non c’entrano; stavolta c’entrano il Sudamerica, la vittoria e l’effimero, comunque vada…sempre di fede si tratta.

 

 

 Mercoledì 13 Aprile 2016


Cosa fanno delle lumache ferme alla stazione?

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Questo mercoledì dell’arte abbiamo deciso di dedicarlo proprio alle protagoniste indiscusse della stazione Garibaldi di Napoli, le coloratissime lumache realizzate da un gruppo di artisti che si fanno chiamare Cracking art group. Il loro nome deriva dal temine inglese to crack, che significa scricchiolare, spaccarsi, crollare… quel crack, che trasforma la realtà attraverso un processo drammatico. È così che sono entrate a far parte della nostra vita quotidiana, attraverso un cortocircuito con la nostra normalità… chi non si è mai chiesto perché? Come? E quando le lumache abbiano invaso lo spazio intorno a noi?!

chiocciole-cracking-art-happio (1)L’installazione artistica è avvenuta il 12 novembre 2015 e nasce dall’esigenza di “colorare” la nuova stazione Garibaldi. La chiocciola è uno degli animali più esemplificativi della filosofia Cracking perché grazie alle proprietà della bava è simbolo di rigenerazione e miglioramento. Si muove lentamente e per questo rappresenta il procedere per gradi e in modo sicuro verso un obiettivo. È anche un animale attualissimo perché con la sua casa è associabile non solo alla dimensione domestica ma anche alla comunicazione e, in Italia, al simbolo della posta elettronica. Inoltre la spirale del suo guscio da un lato ricorda l’organo dell’udito e quindi suggerisce la capacità di ascolto, dall’altro esprime il movimento verso l’alto che regola l’universo.

L’idea di affiancare alla nostra frenesia quotidiana lente e tranquille lumache suona quasi come un monito che Cracking-art-Group (1)vuole ricordarci quanto la vita di tutti i giorni ci distragga dai piaceri ludici… perciò, siamo invitati a giocare magari rintracciando con lo sguardo dalla più grande alla più piccola chiocciola o ancora con un più trendy selfie! L’opera non solo ha messo di buon umore tutti i viaggiatori, ma ha anche un forte impatto sociale: il gruppo formato da sei artisti internazionali ha intenzione di cambiare la storia dell’Arte mediante un forte impegno sociale e ambientale, unito ad un utilizzo innovativo e rivoluzionario di materiali plastici per evocare lo stretto legame che unisce naturale e artificiale. Dunque pionieri della eco-art propongono una maggiore attenzione verso lo sviluppo sostenibile, Cracking è anche chiamata la reazione chimica che trasforma il petrolio grezzo in plastica, che significa sottrarla alla distruzione tossica devastante per l’ambiente, donandole nuova vita e farne opere d’arte significa manifestare attraverso un linguaggio estetico una particolare sensibilità nei confronti della natura. Cracking Art, ad oggi, ha portato il proprio messaggio ad oltre 384 mostre e installazioni nel mondo.

 Mercoledì 6 Aprile 2016


La Street Art per le strade di Napoli!

guarda le foto

L’arte di strada, più comunemente detta Street Art, è quella forma di arte che si manifesta in luoghi pubblici, spesso illegalmente, nelle tecniche più disparate:  bombolette spray, adesivi artistici e sculture.

Ogni artista che pratica l’arte di strada ha le proprie motivazioni personali. Alcuni la praticano come forma di critica o come tentativo di abolire la proprietà privata, rivendicando le strade e le piazze; molto frequentemente, nell’arte di strada, si fa una contestazione contro la società o contro la politica. Altri più semplicemente vedono le città come un posto in cui poter esporre L’arte di strada offre infatti la possibilità di avere un pubblico vastissimo, spesso molto maggiore di quello di una tradizionale galleria d’arte.

 Jorit Agoch, Ernest Pignon, Francesco Bosoletti, Banksy, Ryan Spring Dooley, Arp, Blu, Cyop e Kaf, C215, Simon Jung and Paul e Hanno Schweizer, Roxy.

 

 Mercoledì 30 Marzo 2016


Napule è mille culure: Warhol come Pino Daniele!

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Andy Warhol è stato un pittore, scultore, regista, produttore cinematografico, direttore della fotografia, attore, sceneggiatore e montatore statunitense. Egli è stato un massimo esponente della Pop art e tra gli artisti più influenti del XX secolo. Negli ultimi anni della sua vita frequenta l’ambiente napoletano grazie all’incontro con il gallerista Lucio Amelio. Proprio a lui si deve la tiratura in 100 copie numerate e poi firmate da Warhol dell’opera “Vesuvio” per la mostra ‘Vesuvius by Warhol’ tenutasi a Napoli nel 1985. Questa tiratura grafica, esclusiva di Lucio Amelio, va ad aggiungersi a quelle ufficialmente riconosciute dalla Andy Warhol Foundation for the Visual Arts di New York sul Vesuvio, ciascuna delle quali, invece, numerate in 250 esemplari. Oltre alle opere multiple, la mitica mostra contava 18 tele tutte sul Vesuvio. Il Vesuvio è rappresentato sempre in un’eruzione dai colori brillanti come emblema di una città in fermento, fonte di continue ispirazioni a chi sa guardarla nella sua infinita vitalità.  

 “Amo Napoli perché mi ricorda New York, specialmente per i tanti travestiti e per i rifiuti per strada. Come New York è una città che cade a pezzi, e nonostante tutto la gente è felice come a New York. Quello che preferisco di più a Napoli è visitare tutte le vecchie famiglie nei loro vecchi palazzi che sembrano stare in piedi tenuti insieme da una corda, dando quasi impressione di voler cadere in mare da un momento all’altro. A Napoli c’è anche il pesce migliore, la migliore pastasciutta ed il vino migliore”.  ”Ritengo che il Vesuvio sia molto di più di un grande mito, è una cosa terribilmente reale”. 

La tela è stata realizzata in occasione della mostra ‘Vesuvius by Warhol’ nel 1985 nel Museo di Capodimonte organizzata in collaborazione con Lucio Amelio. L’artista americano volle dedicare un omaggio al più famoso e ricorrente tra i temi della veduta partenopea, il Vesuvio in eruzione. L’immagine del vulcano, ripetuta serialmente, viene trasformata in un’icona della comunicazione contemporanea.

 

 

 Mercoledì 23 Marzo 2016


 

Il Pantheon di Napoli

La basilica reale pontificia di San Francesco di Paola è una basilica minore di Napoli, sita in piazza del Plebiscito, nel centro storico. Essa è considerata uno dei massimi esempi di architettura neoclassica napoletana.

Con l’arrivo di Gioacchino Murat, re di Napoli, ebbe inizio un progetto di riassetto urbanistico della città. L’intervento era previsto in particolare nella zona periferica, che diventerà in seguito piazza del Plebiscito, sede di numerosi conventi e giardini. Il generale francese ordinò quindi l’abbattimento di tutti gli edifici e la costruzione di una piazza che avrebbe dovuto prendere il nome di Gran Foro Gioacchino. Tra i vari progetti, fu scelto dal Consiglio degli Edifici Civili, in assenso con l’architetto Antonio De Simone, quello di Leopoldo Laperuta, il quale proponeva l’edificazione di un porticato con al centro un’aula circolare da utilizzare come sede di assemblee popolari.

Nel 1809 ebbero inizio i lavori ma non vennero mai portati a compimento a seguito della cacciata di Gioacchino Murat da Napoli e la restaurazione della corona borbonica. Ferdinando I delle Due Sicilie decise la costruzione di una chiesa al centro del costruendo porticato. Venne indetto un concorso che fu vinto dall’architetto ticinese Pietro Bianchi, il quale aveva in parte rispolverato il vecchio progetto di Laperuta, oltre a soddisfare tutte le richieste del re, come quella dell’altezza della cupola che non doveva superare il Palazzo Reale, posto proprio di fronte: i lavori furono appaltati a Domenico Barbaja e la prima pietra venne posta il 17 giugno 1816; la facciata fu terminata nel 1824, le decorazioni interne nel 1836, mentre le statue furono poste nel 1839: in definitiva la chiesa fu conclusa nel 1846, rispecchiando pienamente quello che era il gusto neoclassico ed ispirandosi nelle forme al Pantheon di Roma, oltretutto, grazie ad privilegio concesso da papa Gregorio XVI, fu la prima chiesa di Napoli ad avere l’altare rovescio.

La basilica e le opere

 Retta dai frati minimi, la chiesa si apre al centro del colonnato di piazza del Plebiscito; l’accesso è dato da una breve scalinata in marmo di Carrara. La facciata è caratterizzata da un pronao con sei colonne in ordine ionico in marmo di Carrara, lavorate da Carlo Beccalli, e due pilastri laterali che reggono l’architrave sulla quale è incisa la scritta: « D.O.M.D. FRANCISCO DE PAULA FERDINANDUS I EX VOTO A MDCCCXVI » 

Sopra l’architrave è posto un timpano triangolare. A sinistra una statua di San Francesco di Paola opera di Giuseppe Del Nero, a destra una statua di San Ferdinando di Castiglia e sulla sommità una statua della Religione, queste ultime due scolpite da Heinrich Konrad Schweickle. L’ingresso all’interno della basilica è dato da tre portali, di cui quello centrale diviso in sei scomparti dove sono raffigurati l’inaugurazione della chiesa da parte di Ferdinando II, la Croce, lo stemma di san Francesco e due scene di vita del santo.  

Superato l’ingresso si accede all’atrio: questo presenta una cappella sul lato sinistro ed una sul lato destro, entrambe con un fondo ad esedra dove è posto il coro e coperte da una cupola. La cappella di sinistra è dedicata alla anime del Purgatorio e custodisce una tela di Luca Giordano, raffigurante Sant’Onofrio, una di Paolo De Matteis, con la Trinità. La cappella di destra è dedicata al Santissimo Sacramento: al suo interno conserva un altare in marmi del XVIII secolo, sormontato da una tela con soggetto San Francesco di Paola. Segue l’opera raffigurante San Giovanni Battista di Antonio Licata, Cristo Crocifisso e Deposizione nel sepolcro di Tommaso De Vivo, Tre Marie al sepolcro di un ignoto, Martirio di Sant’Irene di Fabrizio Nenci e Cristo che scaccia Satana di Antonio De Crescenzio. Nella sacrestia è presente una tela di Gaspare Landi raffigurante l’Immacolata ed una di Antonio Campi, con soggetto la Circoncisione.

Superato l’atrio si accede al corpo centrale della chiesa, dalla forma rotonda, con un diametro di trentaquattro metri e interamente pavimentato con marmi policromi a riprodurre disegni geometrici: lungo tutto il perimetro della chiesa si innalzano trentaquattro colonne in marmo di Mondragone, alte undici metri, terminanti con un capitello corinzio decorato con il giglio borbonico, a cui si interpongono otto pilastri della stessa altezza. Colonne e pilastri reggono il tamburo, all’interno del quale sono state realizzate delle tribune, utilizzate dai reali per assistere alle funzioni religiose: all’altezza dell’altare maggiore e dell’ingresso sporgono due palchetti decorati con statue in legno dorato, raffiguranti da un lato le quattro Virtù Teologali e dall’altro le due Virtù Cardinali. Il tamburo sorregge la cupola, alta cinquantatré metri, decorata internamente a lacunari e esternamente ricoperta da pietra calcarea di Gaeta.

 Sia sulla parte sinistra che su quella destra si aprono tre cappelle: a sinistra queste sono adornate con tele ritraenti rispettivamente la Morte di sant’Andrea Avellino, l’Immacolata, entrambe di Tommaso De Vivo, e il Transito di san Giuseppe, di Camillo Guerra, mentre quelle di destra, oltre alle tele presentano anche cartoni monocromatici con scene della vita di san Francesco;  segue la cappella con quadro di San Francesco di Paola realizzato da Natale Carta ed infine la cappella con tela di San Nicola da Tolentino, sempre del Carta, e cartoni che ritraggono San Francesco che profetizza il papato a Sisto V e San Francesco che guarisce un appestato. Tutti gli altari sono intercalati da statue.

Nella zona absidale è posto l’altare maggiore: questo, disegnato nel 1751 da Ferdinando Fuga ed originariamente destinato alla chiesa dei Santi Apostoli, è realizzato in porfido ed abbellito con lapislazzuli e pietre d’agata ed ai suoi lati sono poste due colonne in breccia egiziana, utilizzate come candelabri e provenienti dalla chiesa dei Santi Severino e Sossio; completa l’altare il dipinto di Vincenzo Camuccini che rappresenta San Francesco di Paola resuscita il giovane Alessandro.

 

  

 Mercoledì 16 Marzo 2016


La Nail Arte Contemporanea

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E se vi dicessimo che anche la Nail Art si ispira all’Arte Contemporanea, ci credete? Questo mercoledì è dedicato all’artista contemporaneo Alberto Burri.

Alberto Burri è un’artista umbro che insieme a Lucio Fontana ha dato il maggior contributo italiano al panorama artistico contemporaneo internazionale. La sua ricerca artistica è spaziata dalla pittura alla scultura avendo come unico fine l’indagine sulla  materia. Ciò gli fa occupare un posto di primissimo piano divenendo un protagonista della corrente artistica definita informale.

Nato a Città di Castello, segue gli studi di medicina e si laurea nel 1940. Arruolatosi come ufficiale medico, viene fatto prigioniero a Tunisi dagli inglesi nel 1943. L’anno successivo viene trasferito dagli americani in un campo di prigionia in Texas. Qui inizia la sua attività artistica. Tornato in Italia abbandona definitivamente la medicina per dedicarsi esclusivamente alla pittura. Sin dall’inizio la sua ricerca si svolge nell’ambito di un linguaggio astratto con opere che non concedono assolutamente nulla al figurativo in senso tradizionale. Le prime opere appartengono alla serie delle «muffe», dei «catrami» e dei «gobbi». Questa opere, che esegue tra la fine degli anni Quaranta e gli inizi degli anni Cinquanta, conservano un carattere essenzialmente pittorico, in quanto sono costruite secondo la logica del quadro. Le immagini astratte sono ottenute, oltre che con colori ad olio, con smalti sintetici, catrame e pietra pomice.

Alla prima metà degli anni Cinquanta appartiene la sua serie più famosa: quella dei «sacchi». Sulla tela uniformemente tinta di rosso o di nero incolla dei sacchi di iuta. Questi sacchi hanno sempre un aspetto «povero»: sono logori e pieni di rammenti e cuciture. Al loro apparire fecero notevole scandalo: ma la loro forza espressiva, in linea con il clima post bellico, dominato dal pessimismo, ne fecero presto dei «classici» dell’arte.

Dal 1955 in poi si dedica a nuove sperimentazioni che coinvolgono nuovi materiali, quali stoffe e camicie. La sua ricerca è ancora tesa alla nobilitazione dei rifiuti: degli oggetti usati e logorati ne evidenzia tutta la carica poetica come residui solidi dell’esistenza non solo umana. Dal 1957 in poi, con la serie delle «combustioni», compie una svolta significativa nella sua arte, introducendo il «fuoco» tra i suoi strumenti artistici, brucia legni e plastiche per realizzare le sue opere. 

La Nail Art come i «Cretti»

Dagli anni Settanta, le ricerche di Burri sono indirizzate al concetto di «consunzione», la materia attraversata dal tempo, consumata, sempre presente nella sua poetica. Esse raggiungono il loro maggior significato con la serie dei cretti. Le opere, realizzate o in bianco o in nero, hanno l’aspetto della terra essiccata. Anche qui agisce un processo di consunzione che colpisce la terra, vista anch’essa come elemento primordiale, dopo che la scomparsa dell’acqua la devitalizza lasciandola come residuo solido di una vita definitivamente scomparsa dall’intero cosmo.

Nell’opera di Burri l’arte ci parla di un ricordo e ci sollecita a pensare a tutto ciò che è avvenuto nella vita precedente di quei materiali prima che essi fossero definitivamente fissati nell’immobilità dell’opera d’arte.

La moda va a recuperare lo schema artistico dei cretti con l’effetto craquelè nella nail art. La tecnica crea una ragnatela di sottili increspature sulla superficie di un oggetto per conferirgli un’aria vissuta o antica. Ispirandosi proprio a questa tecnica, alcune case cosmetiche hanno inventato un particolare tipo di top coat che ottiene una nail art “screpolata” sulle unghie nelle più svariate tonalità di colore.

 

 

 Mercoledì 9 Marzo 2016


La basilica del Carmine Maggiore 

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La basilica del Carmine Maggiore è uno dei più grandi luoghi di culto di Napoli. Il santuario risale al XIII secolo ed è oggi un esempio unico del Barocco napoletano. E’ sito in piazza Carmine, nei pressi di piazza del Mercato, teatro dei più importanti avvenimenti della storia partenopea.

Una tradizione costante ricorda che sulla riva del mare, alla periferia della città, già esisteva nell’undicesimo secolo una cappella dedicata a San Nicola di Bari, curata dai pescatori, fino a quando alcuni eremiti, fuggiti dal Monte Carmelo approdarono su questa riva e si fermarono nei pressi di quella cappella, dove esposero al culto, in una grotticella, una tavola della “Madonna Bruna” che avevano portato con sé dalla chiesetta eremitica del Carmelo in Palestina .

L’interno della chiesa si presenta ad unica navata, con cappelle laterali; in fondo ad essa si apre l’abside con la Organo_della_Basilica_Santuario_del_Carmine_Maggiorecappella della Vergine. Sulla parete che sormonta le tre porte d’ingresso sporge il grande organo monumentale che nell’apparato decorativo conserval’aspetto seicentesco finemente lavorato in legno dorato. Gli  archi a tutto sesto delle cappelle sono ornati con fiori e testine d’angeli su disegno di Cosimo Fanzago  Ogni cappella è chiusa da balaustre di marmi traforati con cancelli in ferro battuto e ottone.  Alcuni degli affreschi sono realizzati dal celebre Francesco Solimena, figura di grande rilievo nel barocco napoletano e che qui si fa notare nei suoi lavori per la libertà compositiva unita al gusto per un colore vivacissimo e luminoso. I vani delle cappelle confinano con due organi piccoli, situati uno sulla porta che introduce al chiostro, e l’altro di fronte, sulla porta di Via Carmine. La loro prospettiva dorata e intagliata a traforo si deve al Fanzago. 

crocifisso-svelato-in-tabernacoloSulla tribuna che divide la navata dalla crociera si erge il tabernacolo con il prodigioso “Crocifisso miracoloso”, collegato ai fatti dell’assedio degli Aragonesi nel 1439. Tale crocifisso è stato scolpito in legno coperto da stucco ed ornature policrome, da ignoto autore del secolo XIV. Presso il pulpito vi è una statua marmorea di San Michele Arcangelo del secolo XVI. Di fronte alla statua di San Michele è collocata la statua di Corradino di Svevia, voluta da Massimiliano di Baviera. L’opera fu disegnata dal Torwaldsen e scolpita da Pietro Shoeps.

La parte principale della navata è coperta da un grandioso soffitto. E’ la ricostruzione fatta nel 1955 del precedente seicentesco, distrutto completamente nel 1943.  La superficie copre circa 530 metri quadrati ed è costituita da 67 cassettoni ottagonali,  raccordati da 52 rosoni con pigna centrale e da altre 10 di misure e sagome diverse. Intorno al quadro centrale spiccano i quattro stemmi del Cardinale  Filomarino a cui si doveva il soffitto seicentesco realizzato da fra’ Bonaventura Presti. Al centro è la grandiosa statua della Madonna scolpita in legno da Mario Carajola. Nella navata il pavimento è di marmi a scacchi neri e bianchi, inquadrati da lunghe fasce bianche. Inoltre,  presso la porta centrale, un cerchio bianco ricorda il posto dove si sarebbe fermato il proiettile sparato nel 1439 dagli Aragonesi e che non colpì il miracoloso Crocifisso.

 Il campanile e l’incendio

Accanto alla facciata si erge il campanile,  alto ben 75 metri, comunemente detto di fra Nuvolo, più volte danneggiato e ricostruito assume l’aspetto attualenella prima metà del XVII secolo. I primi tre piani sono costruiti nello stile ionico, dorico e corinzio e si devono all’architetto Giovan Giacomo Di Conforto. Questa parte, iniziata nel 1615 con la offerta di 150 ducati, venne completata nel 1620. Nel 1622 fu innalzato il primo piano ottagonale sotto la cui cornice si legge Incendio2un’iscrizione; nel 1627 fu portato a termine il secondo piano ottagonale e nel 1631, il domenicano fra Giuseppe Nuvolo, costruì la cuspide ricoperta di maioliche dipinte. In cima troneggia la croce, su di un globo di rame del diametro di 110 centimetri.  

Ogni anno, il 15 luglio, in occasione dei festeggiamenti in onore della Beata Vergine  ha luogo il tradizionale simulacro di incendio del campanile. Quando sia iniziata questa tradizione non è conosciuto, ma sappiamo che già ai tempi di Masaniello, c’era l’usanza di fingere un attacco ad un fortino in legno costruito in piazza del Mercato per poi chiudere la rappresentazione con l’incendio dello stesso. Masaniello, era uno dei capi dei lazzari che assalivano il fortino, e la sua rivolta iniziò proprio durante i preparativi della festa del Carmine.

Curiosa è la storia delle campane Carmela, Maria Maddalena, Lavenarella, Loreto e Sant’Antonino, protagoniste già ai tempi di Gioacchino Murat. Egli le aveva requisite per coniare moneta, ma alcuni possidenti del quartiere le fecero lasciare al loro posto, sborsando la somma corrispondente. 

La Madonna “Bruna”

BRUNAL’icona della Vergine Maria del Monte Carmelo detta “La Bruna” sembra opera di scuola toscana del secolo XIII. Si tratta di una tavola di forma rettangolare, alta un metro e larga cm 80. L’immagine è del tipo detto “della tenerezza” , in cui i volti della Madre e del Figlio sono accostati in espressione di dolce intimità. Come ogni icona, anche quella de “La Bruna” è frutto di orazione e di contemplazione e offre un messaggio

 Nell’icona della Bruna si colgono i seguenti elementi simbolici e dettagli di cui si offre qui schematicamente il significato, secondo i canoni pittorici dell’epoca: 

  • le aureole dorate e il fondo dell’icona, anch’esso dorato (l’oro simboleggia il colore del sole), indicano la santità della Madre e del Figlio;
  • il colore azzurro-verde (colore dell’acqua marina, simbolo della fertilità) del manto della Madonna ricorda il valore della sua maternità divina;
  • il colore rosso (simbolo dell’amore) della tunica sotto il manto e della quale una parte copre il bambino, indica il forte amore che unisce la Madre al Figlio;
  • la stella con coda pendula del manto è segno della sua verginità;
  • la tunica color pelle di pecora del bambino ci ricorda che egli è l’Agnello di Dio;
  • la mano sinistra della Madonna, che stringe in braccio il Figlio è segno di tenerezza. La mano destra, in risposta alla supplica: “Mostraci il frutto del tuo grembo, Gesù…”, indica: “Ecco la via, la verità e la vita”;
  • I volti della Madre e del Bambino sono accostati in espressione di tenerezza.

 

 

 Mercoledì 2 Marzo 2016


L’arte contemporanea è nel tuo armadio!

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Il primo mercoledì di marzo è dedicato all’arte contemporanea!60_t_93

Contemporaneo è qualcosa che appartiene all’età presente, qualcosa che accade “qui ed ora”come ad esempio leggere questo articolo o vestirsi la mattina per uscire di casa. E l’arte? Quella nasce dai grandi artisti e noi in maniera inconsapevole la indossiamo tutti i giorni! Accostare forme sportive per abiti formali, il cardigan sull’abito da sera, l’opaco e il trasparente, il lussuoso e il falso povero, il materiale nuovo e il più tradizionale, non è solo il lavoro di importanti stilisti e marchi famosi ma soprattutto quello degli artisti del XX secolo che hanno lasciato un segno indelebile. La rottura col mondo passato, la voglia di sovvertire gli schemi, la sperimentazione di nuove tecniche, la mescolanza di forme e colori, durano dagli anni ’50 e continuano ad essere tuttora le caratteristiche principali dell’arte contemporanea. Da dove pensate provengano i tagli dei vostri jeans? E le stampe sulle vostre maglie? E le geometrie dei pantaloni? Il total black? O il White?

“I tagli” di Lucio Fontana

Oggi partiamo proprio da “I Tagli” che dal 1958 al 68 l’artista Lucio Fontana ha realizzato sulle proprie tele. Fontana è stato un pittore, ceramista e scultore italiano, argentino di nascita e fondatore del movimento spazialista. Egli non ha come priorità il colorare o il dipingere la tela, ma crea su di essa delle costruzioni che mostrano agli occhi del passante che si può rappresentare la tridimensionalità anche in un quadro. Uno o più tagli netti e regolari, operati con l’intento di oltrepassare la superficie della tela di supporto così che il classico spazio da dipingere viene letteralmente e fisicamente graffiato, ferito, eliminato per creare qualcosa di nuovo! Molti sono critici nei confronti di quello che è stato, probabilmente, il gesto più significativo dell’arte del ‘900: “avrei potuto farlo anch’io”; “non significa niente”; “lo saprebbe fare anche un bambino”; “e lo vendono a milioni di euro”. Eppure quel gesto racchiude in sé una grande quantità di significati. Il taglio di Fontana è in primo luogo  la liberazione dalla tradizione rinascimentale, un gesto di rottura della sacralità dell’immagine e della tela, di passaggio dalla complessità alla semplicità.
Il taglio apre la luce al buio e il buio alla luce a seconda del punto di osservazione. I tagli sono poi “la parodia della bravura” un gesto, veloce, istintivo eppure meditato e prezioso. Fontana,  apre al nuovo, alla comunicazione, al diverso, all’opposto, apre il colore all’oscurità.

Ecco così, che i nostri grandi artisti hanno ispirato i nostri grandi stilisti!

“Creatività è unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili” 

 

 

 Mercoledì 24 Febbraio 2016


La chiesa di San Giovanni a Mare

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Questa settimana il “Mercoledì dell’Arte” è dedicato alla Chiesa di San Giovanni a Mare.

La Chiesa di San Giovanni a Mare, sita nella zona portuale di Napoli, tra la zona mercato e il Borgo orefici, è un’importante testimonianza del periodo Normanno nella città. La denominazione ha origine dalla devozione per il Battista, santo che Gesù battezzò nel fiume Giordano, ed il fatto che all’epoca della fondazione l’edificio era lambito dal mare. Molte testimonianze ricordano che la vicinanza al mare diede vita ad un rito, ripetuto ogni anno nella notte di San Giovanni il 23 giugno, che prevedeva un battesimo collettivo nelle acque marine.

Sorta a metà del XII secolo, per il volere dei monaci Benedettini, la chiesa nei secoli ha subito vari interventi architettonici evitando di acquisire le caratteristiche dello stile barocco, come quasi tutti gli edifici sacri della città. La chiesa era annessa ad un ospedale dell’Ordine dei Gerosolimitani (ordine religioso-militare nato dalle Crociate), dove venivano curati e assistiti i feriti che raggiungevano la città. Dell’ospedale, oggi, non rimane più nulla, a causa dei bombardamenti della seconda guerra mondiale che colpirono la zona.

L’interno della Chiesa

s g a mareEntriamo nella chiesa da una delle tre navate laterali che compongono la pianta e che terminano in tre absidi. Queste a loro volta si affacciano su un transetto a volte ogivali, segno degli interventi trecenteschi. Il tufo risulta essere materiale preponderante, ad esclusione di alcune colonne risalenti a periodi pre paleocristiani. L’attuale copertura della chiesa presenta un’antica volta a crociera probabilmente sostituita all’originale tetto a capriate lignee. Il pavimento è disseminato di diverse lapidi che ricordano molti cavalieri dell’origine di Gerusalemme. Sui muri possiamo ammirare scritte, stemmi e testimonianze di varie epoche. Nelle cappelle ci sono apprezzabili altari barocchi e rinascimentali.

Donna Marianna: “A Capa ‘e Napule”

A rendere più affascinante la chiesa, è l’antichissimo busto di “Donna Marianna: A Capa ‘e Napule”, simbolo della repubblica francese, posizionato all’ingresso, un tempo locato in Piazza Mercato. La statua rappresenta un capo, cinto da un’acconciatura arcaica, tipica della scultura tardo-ellenistica. Fu rinvenuta all’incirca nel 1594 nella zona dell’Anticaglia, decumano superiore prevalentemente greco della città . La scultura raffigura la sirena Partenope, primo nome della città di Napoli. 

Molte volte fu danneggiata dagli stessi popolani, come durante la rivolta di Masaniello, subendo alcune mutilazioni. Nel XVII secolo venne predisposto il restauro, anche se l’intervento non rese giustizia alla bellezza originaria. Nel tempo, affidata a mani più esperte, l’opera riportata all’antico splendore fu trasferita a Palazzo San Giacomo, lontana dal fervore della vita del popolo che per secolo l’aveva tanto amata.

  

 

 

 

 Mercoledì 17 Febbraio 2016


La chiesa di Sant’Eligio Maggiore

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 Il primo “Mercoledì dell’Arte” ci parla di una fantastica Chiesa di Napoli. 

La Chiesa di Sant’Eligio Maggiore  è una chiesa di Napoli edificata in epoca angioina ed ubicata nel centro storico della città, a ridosso della zona del Mercato. La costruzione della chiesa, la più antica di epoca angioina della città, in stile gotico, risale all’anno 1270. Fu edificata nella zona chiamata Campo Moricino, dove era stato decapitato pochi anni prima Corradino di Svevia, e fu dedicata ai santi Eligio, Dionisio e Martino. La chiesa fu affiancata da un ospedale e l’intero complesso godette della protezione e dei privilegi reali, prima sotto Giovanna I d’Angiò e, successivamente, sotto Giovanna II d’Angiò ed Alfonso I d’Aragona.

Nella prima metà del XVI secolo, il viceré spagnolo Don Pedro de Toledo vi fondò l’Educandato femminile, chiamato conservatorio per le vergini, dove le fanciulle erano istruite al servizio infermieristico presso l’annesso ospedale. L’importante restauro del secolo scorso ha restituito la chiesa al culto, mettendone in luce i tratti austeri e spogli dell’originario impianto gotico, duramente provati dagli eventi bellici del 1943.

La leggenda dell’Arco 

La chiesa è molto amata dai cittadini e dai turisti anche grazie alla straordinaria bellezza del famoso “Arco di Sant’Eligio”. Particolare è la leggenda legata all’arco quattrocentesco che si innalza su due piani a collegare il campanile della chiesa con un edificio vicino. Sul primo piano vi è inserito un orologio, sotto la cui cornice sono rappresentate orologiodue testine che raffigurerebbero una giovane fanciulla di nome Irene Malarbi ed il duca Antonello Caracciolo, protagonisti di una leggenda di epoca cinquecentesca narrata anche da Benedetto Croce. Pare che il Caracciolo, nobiluomo senza scrupoli, innamoratosi della giovane vergine ed impossibilitato dalle resistenze di lei ad averla, fece condannare ingiustamente suo padre chiedendo, in cambio della sua liberazione, la resa della fanciulla ai propositi del duca. Il padre della sventurata fu effettivamente liberato, ma la famiglia di lei chiese giustizia a Isabella di Trastamara, figlia del sovrano Ferdinando II d’Aragona, ottenendo come condanna lo sposalizio forzato della giovane da parte del Caracciolo e la sua successiva morte per decapitazione. 

L’interno della Chiesa e le sue opere

L’ingresso alla chiesa si trova sulla destra, attraverso un portale in stile gotico francese. L’interno, caratterizzato dalla muratura in tufo giallo con strati di piperno grigio, presenta una pianta con tre navate, cappelle laterali e abside poligonale. 
Il soffitto della chiesa fu realizzato ne 1490 da Nicolò Tommaso Squillace, sostituita nel 1843 da quella dell’architetto Orazio Angelini. Nel 1505, invece, il luogo di culto venne dotato di un organo bianco, realizzato da Giovanni Donadio. Infine, il restauro avvenuto tra il 1836 e il 1843, servì a rimuovere gli stucchi dell’Angelini per recuperare il soffitto a capriate lignee del transetto e della navata centrale e quello costolonato delle navate laterali. 

Tra le opere d’arte, presenti nella chiesa, va nominato un dipinto di Massimo Stanzione raffigurante i tre santi francesi già menzionati, un dipinto di Cornelio Smet che rappresentava il Giudizio Universale, ed infine una tela di Francesco Solimena posta nella Cappella di San Mauro. Oggi, inoltre, è conservata lì anche la Madonna della Misericordia dalla faccia tagliata che, secondo la leggenda, avrebbe perso sangue all’altezza di uno sfregio praticato sul volto della Vergine.