La
chiesa di San Giovanni a Mare, così denominata
perché quando fu costruita il mare le lambiva
quasi le mura, rappresenta l’unico esempio di
edilizia religiosa a Napoli in età normanna,
poiché i difficili rapporti che presto si stabilirono
tra i Normanni e il Papato ridussero sensibilmente in
quel periodo l’edilizia sacra; essa, pertanto,
risulta essere una testimonianza architettonica di notevole
interesse culturale.
CENNI STORICI
Fondata nel XII sec., utilizzando una preesistente struttura,
di cui tuttora rimango parti visibili, fu annesse all’ospedale
di San Giovanni eretto dai cavalieri dell’ordine
di San Giovanni di Gerusalemme, divenuto poi di Malta,
per accogliere coloro che tornavano malati dalla Terrasanta.
Nel 1336 per volontà di Fra Domenico Alemagna
fu ampliata e rimaneggiata e dopo il terremoto del 1456,
durante il baliaggio di fra G. Battista Carafa, venne
sottoposta a restauro.
Al baliaggio del Carafa si deve anche la costruzione
del campanile angioino in tufo con rivestimento in piperno,
la cui vista purtroppo è impedita dagli edifici
circostanti che lo sovrastano.
Soppresso l’ordine nel decennio francese, l’ospedale
fu ridotto a private abitazioni, mentre la chiesa fu
data nel 1828 alla Diocesi di Napoli, che la eresse
a Parrocchia.
Tra il 1874 ed il 1878 San Giovanni a Mare fu nuovamente
sottoposta a restauro, che ne alterò l’aspetto,
ma del quale non rimane traccia, poiché tra il
1949 ed il 1957, grazie all’intervento del soprintendente
Antonio Rusconi, la Fabbrica riacquistò la sua
originaria impronta medioevale.
L’apertura di nuove strade, seguita ai lavori
del Risanamento, ridusse notevolmente il complesso di
San Giovanni a mare, la chiesa fu isolata dal contesto
e rimase inglobata in nuovi edifici.
Dopo decenni di abbandono che ne avevano cresciuto il
degrado, anche per gli effetti del sisma del 1980, c’è
stato, a partire dal 1987, un programma di interventi
da parte della Soprintendenza per i Beni ambientali
e architettonici di Napoli e provincia, finalizzato
a salvare il monumento che, restaurato, viene oggi in
tutto il suo splendore nuovamente inserito nel panorama
culturale cittadino.
La collettività non può che esprimere
il suo “grazie” alla Soprintendenza, nelle
persone che la rappresentano, per tanta attenzione,
tanta sensibilità verso un quartiere, oggi degradato,
che è auspicabile possa risorgere proprio partendo
dalla riscoperta del passato.
INTERNO
Nella chiesa si accede di lato, in corrispondenza della
seconda campata destra, attraverso un portale medioevale
del XII sec., preceduto da un atrio.
All’interno risulta evidente nel nucleo centrale,
tre navate con archi poggiate su colonne di spoglio
con capitelli di diverso disegno, un primo impianto
romanico (XI-XII sec.), che fu aggiunto nel’200
un secondo transetto che terminava con cappelle a fondo
piano di tipo cistercense. Nel pavimento di questo transetto,
in corrispondenza della navata centrale, si possono
ammirare, ricoperte da lastre di cristallo, le strutture
di fondazione dell’abside circolare con cui si
terminava la fabbrica normanna.
Le tre absidi a crociera con costoloni in tufo si aprono
verso il transetto con ogive, anch’esse in tufo
giallo. È importante l’arco ribassato,
durazzesco-catalano, che inquadra la cappella centrale
con l’altare maggiore.
La chiesa, come si è detto, fu ampliata e rimaneggiata
nel XIV e soprattutto nel XV sec. quando furono aggiunte
le cappelle laterali, tra cui quella del Salvatore con
ampio arco durazzesco-catalano in piperno e quella dedicata
allo Spirito Santo o S. Anna con arco a tutto sesto
in piperno sul lato sinistro e, dal lato opposto, quelle
dedicate a San Lazzaro con arco cinquecentesco e a Santa
Barbara con arco a tutto sesto quattrocentesco.
È tradizione che dinanzi al Crocefisso, in una
delle cappelle, avesse pregato Santa Brigida quando
venne a Napoli al tempo di Giovanna I (1343-1381), perciò
in questa chiesa si celebrava una volta con molta solennità
la festa di Santa Brigida.
Quasi sicuramente in questo periodo la copertura a capriate
lignee fu sostituita con volte a crociera.
In fondo alla navata centrale dove c’era la porta
di accesso, che è murata, si vede la grande lapide
sulla tomba di Michele Regio, cavaliere gerosolimitano
ed architetto al tempo di Carlo III e Ferdinando IV.
A fianco c’è il fonte battesimale con i
due bassorilievi dell’Annunziata e di San Gabriele,
opera di bottega napoletana del XV sec., un tempo posti
sull’ingresso.
La pavimentazione in basaltico bocciardato richiama
il battuto medioevale di un tempo.
Molte lapidi di cavalieri dell’Ordine sono sparse
al suolo e le pareti sono ricche di epigrafi, targhe
e stemmi araldici risalenti a vari secoli.
FESTA DI SAN GIOVANNI
Vicino a questa chiesa, la vigilia del 24 giugno si
celebrava la festa di San Giovanni a mare, originata
da un motivo religioso (voleva ricordare il Battesimo
di Gesù nel Giordano), aveva poi assunto un tono
carnascialesco.
Detta festa gia esisteva durante il periodo aragonese,
poiché si racconta che Alfonso d’Aragona
nel 1448, passando insieme a suoi cortigiani per uno
dei violetti verso il centro della città di allora,
fu fermato da un gruppo di nobili e graziose fanciulle
che raccoglievano soldi per rendere più solenni
i festeggiamenti. Il re fu colpito dalla grazia e dalla
bellezza di una di esse, quella Lucrezia d’Alagno
che lo avrebbe legato a sé per lungo tempo, e
le fece dono di una borsa colma di monete d’oro.
La giovane, che indossava un abito di broccato che ne
esaltava la procace bellezza, sorridendo garbatamente
prese un solo “Alfonso” e restituì
il resto.
Il sovrano volle subito conoscere il nome della dama
e promise che per dare maggiore risalto alla funzione
religiosa vi avrebbe partecipato di persona nella Chiesa
di San Giovanni a mare. Alfonso d’Aragona partecipò
anche alla processione, seguendo la statua in argento
del santo tempestata d’oro e di pietre preziose
per le strade del quartiere.
La festa terminava con un bagno che col tempo produsse
un’esagerata promiscuità e perciò
venne soppressa al tempo del viceré Conte di
Castrillo.
Successivamente con Carlo III di Borbone, eliminata
l’abitudine del bagna, rimase soltanto la festa
religiosa nell’antica chiesa medievale. |